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Chiudere Spotex: cosa ho imparato dai miei clienti e perché ho deciso di cambiare modello

Dalla chiusura di Spotex a un modello più sostenibile: cosa mi hanno insegnato clienti, progetti custom, assistenza indefinita e anni di sviluppo software.

Pubblicato 12 agosto 20267 min di lettura
Chiudere Spotex: cosa ho imparato dai miei clienti e perché ho deciso di cambiare modello

Dopo diversi anni passati a costruire siti web, piattaforme custom e sistemi software per clienti molto diversi tra loro, ho deciso di mettere la parola fine a un capitolo importante della mia vita professionale: Spotex SRL.

La società è stata messa in liquidazione e, nella fase di transizione, alcuni clienti e relativi rapporti sono passati sotto Delta Software SRLS.

Per me, però, questa non è stata semplicemente una questione societaria. È stata l’occasione per fermarmi e guardare con lucidità tutto quello che avevo costruito, soprattutto il modo in cui avevo gestito i rapporti con i clienti.

E devo ammettere che ho imparato moltissimo.

Clienti, progetti e rapporti a lungo termine

Nel corso degli anni ho avuto a che fare con realtà molto differenti: piccole attività locali, aziende industriali, startup, professionisti e persone che avevano semplicemente bisogno di un sito web.

In alcuni casi ho realizzato semplici siti vetrina. In altri ho sviluppato vere e proprie piattaforme software da zero.

Ho lavorato con Shopify, Express.js, EJS, PHP, MySQL, PostgreSQL, Socket.IO, Nginx e sistemi custom progettati praticamente da zero.

Alcuni progetti sono durati poche settimane. Altri sono diventati veri e propri percorsi di mesi.

Ed è proprio questa differenza che mi ha fatto capire una cosa: realizzare un progetto e gestire un cliente nel lungo periodo sono due lavori completamente diversi.

Il caso delle piattaforme custom

Uno dei progetti più impegnativi che ho seguito è stata una piattaforma per una startup operante nel settore dei fondi pensione.

Il progetto era partito con un budget molto contenuto rispetto alla quantità di lavoro richiesta, ma nel corso degli otto mesi di sviluppo è diventato un sistema decisamente articolato.

Ho sviluppato un backend in Express.js, un frontend personalizzato con EJS, database PostgreSQL, autenticazione tramite JWT, gestione delle sessioni e delle autorizzazioni, sistemi di sicurezza, reverse proxy con Nginx, protezioni a livello server e un sistema di comunicazione realtime basato su Socket.IO.

La piattaforma comprendeva anche un sistema a camere, con utenti che potevano interagire solamente in determinate condizioni e dopo aver accettato specifici documenti.

Parallelamente ho seguito anche la parte SEO, il personal branding e l’identità visiva del progetto.

Il risultato tecnico mi ha dato moltissimo. Dal punto di vista commerciale, invece, mi ha insegnato una lezione ancora più importante: un progetto sottoprezzato può diventare rapidamente un rapporto commerciale difficile da sostenere.

Il problema non è solamente quanto si viene pagati per sviluppare il software. È tutto ciò che viene dopo: hosting, manutenzione, richieste, modifiche, spiegazioni, aggiornamenti e aspettative continuano ad esistere anche quando il progetto è stato consegnato.

Cosa mi hanno insegnato i piccoli clienti

Paradossalmente, alcune delle esperienze più formative non sono arrivate dai progetti tecnicamente più complessi.

Ho seguito piccoli e-commerce, attività locali, siti per ristoranti, erboristerie, artigiani e aziende familiari.

In alcuni casi il progetto iniziale valeva poche centinaia di euro. In altri qualche migliaio. Ma il problema ricorrente era sempre lo stesso: una volta consegnato il sito, il confine tra “progetto” e “assistenza” diventava molto sfumato.

Una modifica al testo. Una fotografia da sostituire. Un problema con una PEC. Una spiegazione da dare al cliente. Una modifica al menu. Un piccolo intervento grafico.

“Ci metti cinque minuti.”

Ed è proprio quella frase che, con il tempo, ho imparato a temere. Perché cinque minuti oggi diventano mezz’ora domani. E mezz’ora moltiplicata per decine di richieste diventa una parte significativa della propria vita professionale.

Il problema non erano i clienti

Oggi non penso che il problema fossero semplicemente i clienti. In molti casi ero stato io a creare involontariamente quelle aspettative.

Avevo accettato prezzi troppo bassi. Avevo incluso attività che avrebbero dovuto essere fatturate separatamente. Avevo risposto su WhatsApp. Avevo fatto modifiche “al volo”. Avevo trasformato l’assistenza in qualcosa di indefinito.

E soprattutto, non avevo sempre stabilito chiaramente dove finiva il progetto e dove iniziava un nuovo lavoro.

Quando sei giovane, tecnicamente capace e hai voglia di dimostrare quello che sai fare, è facile cadere in questa trappola. Vuoi risolvere il problema. Vuoi aiutare il cliente. Vuoi che sia soddisfatto.

Poi ti accorgi che stai lavorando continuamente, ma il modello economico non cresce insieme al lavoro.

I clienti che voglio avere

Non tutto, naturalmente, è stato negativo.

Ho avuto clienti che hanno pagato correttamente, hanno rispettato il lavoro svolto e hanno continuato a fidarsi di me nel tempo. Alcuni hanno semplicemente avuto bisogno di un sito e, una volta terminato il progetto, il rapporto è rimasto tranquillo. Altri hanno avuto bisogno di hosting e di pochissima assistenza.

Questi rapporti mi hanno fatto capire quale tipo di clientela voglio avere in futuro.

Non cerco necessariamente il cliente che paga di più. Cerco il cliente con cui esiste un rapporto chiaro.

Ci sono stati anche rapporti più complicati: clienti che chiedevano continuamente modifiche, che consideravano ogni intervento incluso nel prezzo iniziale, che contestavano piccoli aumenti, che chiedevano assistenza su strumenti che non avevo nemmeno sviluppato o che contattavano per questioni estranee al servizio acquistato.

Anche questi rapporti, però, mi hanno lasciato qualcosa. Mi hanno insegnato che non tutti i clienti sono clienti che voglio avere.

È una frase che qualche anno fa avrei fatto fatica ad accettare. Oggi la considero fondamentale.

La liquidazione mi ha costretto a fare ordine

La liquidazione della società ha trasformato questa riflessione in qualcosa di concreto.

Ho dovuto guardare uno per uno i clienti, i domini, i server, gli hosting, i progetti, i pagamenti e tutto ciò che negli anni era stato costruito.

E mi sono posto una domanda molto semplice:

“Se dovessi ricominciare oggi, costruirei nuovamente l’azienda nello stesso modo?”

La risposta è stata no.

Non perché tutto quello che abbiamo fatto fosse sbagliato. Anzi. Tecnicamente ho imparato enormemente. Ho costruito sistemi complessi, lavorato su architetture backend, sicurezza, database, realtime, SEO, infrastrutture e applicazioni custom.

Ma ho anche imparato che essere tecnicamente bravi non basta per costruire un’attività sostenibile. Serve progettare anche il modello di business.

Il nuovo modello

Per il futuro voglio muovermi in una direzione molto diversa. Sto pensando a tre livelli distinti.

Hosting

Il primo è l’hosting: un servizio semplice, standardizzato e possibilmente gestito con infrastruttura italiana. Pochi piani, poche eccezioni e confini molto chiari.

L’hosting deve generare una base di ricavi ricorrenti senza trasformarsi in un secondo lavoro.

Consulenza

Il secondo livello è la consulenza. Non voglio più vendere il mio tempo indiscriminatamente.

La consulenza deve essere selettiva, con prezzi e scope definiti. Se qualcuno vuole una modifica, una nuova funzionalità o un intervento tecnico, quello è un nuovo lavoro.

SaaS

Il terzo livello è quello sul quale voglio concentrarmi maggiormente: i SaaS.

Prodotti piccoli, verticali e possibilmente nati da problemi che ho realmente incontrato. Non voglio costruire l’ennesimo software enorme che cerca di fare tutto. Voglio costruire strumenti che risolvano bene un problema specifico.

La lezione più importante

La cosa più importante che mi porto dietro da Spotex non è una tecnologia.

Non è Express.js. Non è PostgreSQL. Non è Docker. Non è Socket.IO.

È una consapevolezza molto più semplice:

un’azienda deve essere progettata per non dipendere continuamente dalle persone che la mandano avanti.

Se ogni cliente deve parlare con me, non ho costruito un sistema.

Se ogni problema richiede il mio intervento, non ho costruito un sistema.

Se ogni richiesta diventa un’eccezione, non ho costruito un sistema.

Ho semplicemente costruito un lavoro.

E io, dopo Spotex, voglio costruire qualcosa di diverso.

Chiudere non significa buttare via tutto

La liquidazione di Spotex non cancella quello che ho fatto.

Mi porto dietro anni di esperienza, centinaia di problemi risolti, architetture progettate, errori commessi, clienti conosciuti e soprattutto una quantità enorme di lezioni che difficilmente avrei potuto imparare studiando solamente sui libri.

Alcuni rapporti continueranno attraverso Delta Software SRLS. Altri termineranno. Altri ancora verranno ridefiniti con regole più chiare.

Ed è probabilmente la cosa più sana che potesse succedere.

Perché questa volta non voglio semplicemente cambiare società. Voglio cambiare il modo in cui costruisco il mio lavoro.

Meno personalizzazione inutile. Meno dipendenza dal mio tempo. Meno “ci penso io”.

Più sistemi. Più prodotti. Più ricavi ricorrenti. E soprattutto, più libertà.

Spotex è stata una parte importante del mio percorso. Ma non deve essere il modello del mio futuro.